Intervista alla romantica viaggiatrice Marta Borroni, autrice del libro “Il senso di ogni luogo”

Si definisce una “pazza e bionda vagabonda, romantica e lunatica”. Stiamo parlando di Marta Borroni, una poetessa, una scrittrice, una donna che negli anni ha girovagato un po’ tutta Italia allo scopo di arricchire non solo il suo bagaglio culturale, ma soprattutto le proprie esperienze di vita… esperienze a lei tanto care, fulcro esistenziale dei suoi scritti.

La viaggiatrice che vi presento oggi ha vissuto l’adolescenza tra sogni e paure: il desiderio di creare qualcosa attraverso la sua scrittura da una parte, il timore di mettersi in gioco dall’altra. Un coraggio che arriva nel 2015, all’età di 23 anni, quando decide di partecipare al suo primo concorso letterario, il più importante, quello che gli cambierà la vita. Sì, perché Marta vince al primo colpo, pubblicando il suo racconto con “Nottetempo”. Un premio che le ha permesso di organizzare presentazioni in tutta Italia, dandole quella spinta di cui aveva bisogno per concretizzare il suo sogno. Da quel giorno è stata una continua escalation: vittorie, premi, riconoscimenti, pubblicazioni, collaborazioni ed eventi che hanno dato vita alla vera Marta Borroni Scrittrice.

Un’autrice che ci parla della sua scrittura, la sua “serenità”… la sua “appartenenza”.

 

Da dove nasce la passione per la scrittura?

La passione della scrittura si anima in me fin da primi anni di vita, accompagnata dal piacere della lettura. Da che ne ho ricordo e possibilità, non ho in mente un solo giorno in cui non ho scritto.
La scrittura penso che nasca, semplicemente, con me, come una specie di doppia anima. È qualcosa con cui ci sono nata, un dono o predisposizione che poi ho sviluppato durante la mia crescita personale e che ho scelto di intraprendere come espressione di me stessa: una volta effettuato questo passaggio allora il dono si può chiamare talento. La passione compie il suo rito di alimentazione naturale di una predisposizione con cui nasciamo e che ci rappresenta solo una volta che l’assecondiamo.

 

So che sei anche una poetessa, sono tante infatti le sillogi che portano il tuo nome. Hai una preferenza tra poesia e prosa? Ciascuna delle due forme quale permette di esprimerti al meglio?

Sicuramente il mio grande amore rimane la narrativa, per me è la forma più alta di espressione letteraria, il modo più completo che ho per esprimere il mio concetto di scrittura.
La prosa è però lunga, riflessiva, si compone di tanti passaggi che seppur immediati, richiedono pazienza e costanza molto ampie. Dunque credo che la poesia, se uno la sente dentro di sé, serva come stacco e come meccanismo diretto per esprimere qualcosa che non ha bisogno di una lunga riflessione, ma che sia come piccole schegge di sentimenti che capitano all’interno della nostre giornate, alcune andranno a comporre qualcosa di più lungo, come appunto un intero giorno, altre rimango solo momenti e attimi sparsi seppur incisivi. Credo che sia questa la poesia, qualcosa che deve essere come un racconto attraverso un momento, la poesia è il ti amo corto in cui racchiudere tutto, il racconto o il romanzo, l’amore in cui sappiamo che  possiamo riporre molte più sfumature di sentimenti.

 

Qual è il romanzo che ha “rivoluzionato” la tua vita conducendoti alla scrittura?

Se parliamo di libri è sempre immensamente difficile scegliere, perché come spesso accade con l’arte, al di là del piacere dell’opera, spesso essa ci rappresenta perché arriva in un determinato momento della nostra vita. Posso dire che nessun romanzo mi ha portato a scrivere, non perché nessuno mi abbia rivoluzionato, ma perché scrittura e lettura hanno sempre proceduto di pari passo.
Come rivoluzione personale, oltre tutti i grandi classici letti fin da giovanissima, ci sono “La volpe Rossa” di Anthony Hyde, “Io uccido” di Faletti e poi i miei due scrittori preferiti, Cesare Pavese con “La casa in collina” e Natalia Ginzburg con “Le piccole virtù”, anche se non è un romanzo ma una raccolta di racconti, genere che io amo. La lista comunque sarebbe ancora molto lunga.

 

Da poco è uscito il tuo libro “Il senso di ogni luogo”. Dovendo riassumere in poche righe il suo significato, cosa diresti?

“Il senso di ogni luogo” è un libro che è capitato, non ho cercato di pubblicarlo ma è stata la casa editrice, attraverso un concorso, a contattarmi e a farmi la proposta di pubblicazione, dunque è un libro che si struttura libero da un senso progettuale di pubblicazione, ma trova dentro di sé una purezza di moltitudine, anche un po’ caotica, in cui si raggruppano varie dinamiche di vita che, appunto, non ci giungono mai in modo ordinato, ma sparpagliato. Spesso viviamo una cosa prima ancora di capirla e quando l’abbiamo capita ci sfugge via. Penso che possa venire facile definirlo un libro d’amore, ma non è così, è più un libro sull’amore, di qualsiasi tipo, ci sono le fasi d’incontro e quelle di scelte d’appartenenza, i figli persi e voluti, l’amore che manca e che riempie, la dimensione della famiglia, propria o da creare, le riflessioni che ci attraversano durante la nostra giovinezza, quando vorremmo tutto e quel tutto sembra possibile anche quando incerto.
Un libro che racchiude tre anni della mia vita, fasi appunto giovanili in cui si comincia a capire cosa può essere il per sempre, se esiste, e cosa vuol dire diventare adulti in mezzo agli altri.

 

Da dove nasce l’idea che ti ha portato a raccontare questa storia?

Volevo raccontare delle fasi di vita che si aprono dai vent’anni in poi, l’introspezione è ovviamente narrata dal punto di vista femminile, ma narra molto, nella controparte maschile, sul senso di come due sessi opposti possono incontrarsi e insieme scontrarsi. La solitudine e l’unione scorrono sullo stesso filo e volevo rendere l’ambiguità dei sentimenti attraverso essi, possiamo sentirci completi di noi pur essendo soli esattamente come possiamo essere soli accanto a qualcuno, ma c’è anche poi la felicità che si abbraccia quando si sceglie di appartenere all’altro. Calvino ha scritto:
“Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane”. Questo senso di incompleto che si ha a vent’anni, quella ricerca infinita di qualcosa o di qualcuno quando ancora non si è trovato del tutto se stessi, è la spinta di tutte le storie presenti nel libro. Specie attraverso il mondo confuso e incerto dei giovani di oggi, pieno di dubbi e paure.

 

Cosa vorresti che il lettore riuscisse a comprendere leggendo questo libro?

Vorrei che appunto ci si ritrovasse, tra le mie storie e nelle mie parole, nella vulnerabilità giovane che accade a tutti, amiamo e sbagliamo continuamente, e più magari cerchiamo di fare la cosa giusta, più ci sembra che questa faccia male e diventi sbagliata. Confrontarsi con gli altri ci fa paura, ci espone a scoprire cose di noi che impariamo solo vivendo e che dobbiamo anche imparare a gestire per far sì che non si possano disperdere fra tutti, ma solo con alcuni volti e a volte persino con nessuno, ma solo fra noi e il nostro interno. Leggendo il mio libro vorrei che nel raccontare di solitudine e paure, il lettore non si sentisse solo, ma come se fosse accumunato dalla medesima umanità.

 

Se dovessi utilizzare tre aggettivi per definire “Il senso di ogni luogo”, quali sarebbero e perché?

Introspettivo, perché ogni storia ha una parte dominante di riflessioni, sfaccettato per come parlo di sentimenti umani da diverse prospettive, e completo perché racchiude un cerchio ampio di emozioni.

 

In ambito letterario, quali sono i tuoi prossimi progetti in cantiere?

Per la piattaforma online edizioniopen.it devo finire la seconda e ultima stagione della mia serie “Fino all’ultima paura” che poi diventerà un libro. Ho in cantiere anche due romanzi, tra cui thriller, a cui tengo molto, motivo per cui, oltre che godermi un po’ la bella stagione, per il momento ho messo in stand by concorsi letterari e collaborazioni con altri editoriali, avendo fatto un po’ di gavetta e ossa e dopo essermi cullata in alcuni successi, adesso è il momento di dedicarmi esclusivamente alla narrativa lunga, anche se il tempo per qualche racconto cerco di trovarlo sempre. Sono comunque aperta a qualsiasi nuova avventura, perché il bello della scrittura è proprio questo, non c’è punto mai abbastanza forte da farti smettere di narrare.

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